È giusto obbedire alla notte – Matteo Nucci | Recensione #NELNOMEDELLASTREGA

“Che cos’è la controra, piccola mia? E’ l’ora silente in cui tutto può accadere. E’ l’ora più bella per chi va cercando il mare. Vieni con me al mare? Scendiamo giù al mare? E’ l’ora in cui tutti riposano e noi andiamo a cercare tesori. Vieni con me a cercare tesori? Scenderemo lungo il fiume”


Quest’anno potrete leggere pochi libri così densi e ben scritti come questo È giusto obbedire alla notte, meritatissimamente tra i finalisti al Premio Strega 2017 e che ho letto per #NELNOMEDELLASTREGA, la maratona ideata da La contessa rampante per celebrare l’importante premio letterario: 12 blogger per i 12 romanzi finalisti (cercate l’hashtag su Instagram per recuperare tutte le recensioni!).

è giusto obbedire alla notte 1

È giusto obbedire alla notte è uscito a febbraio 2017 per l’editore Ponte alle Grazie. L’autore è Matteo Nucci, romano classe 1970, studioso del pensiero greco antico e autore di saggi su Empedocle, Platone e Socrate. Il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici, è stato pubblicato nel 2009 da Ponte alle Grazie ed è stato finalista al Premio Strega 2010.


Lungo il suo corso, il Tevere, ormai lontano da una Roma invisibile sfumata dalla nebbia, si apre in un’ampia ansa: è un luogo che la città ha dimenticato, che ha abbandonato ai margini dei margini della sua civiltà di rumori assordanti e frenesie. Fango e cespugli, anguille e nutrie, rifiuti provenienti dalla città che scivolano via sull’acqua melmosa.

Eppure, anche qui arrivano gli uomini.

Palafitte, chiatte ormeggiate sulla riva fangosa, orti improvvisati tra le cloache ed il canneto, una trattoria galleggiante, capanni e baracche, il campo degli zingari a pochi chilometri di distanza: così si sono adattati a vivere i protagonisti di È giusto obbedire alla notte, una comunità di invisibili cresciuta via via nel corso degli anni, di emarginati per necessità; forti della loro unione, condividono tutto, conoscono il fiume a menadito, sanno prevedere la pioggia e il bel tempo leggendo il cielo: sono loro che hanno accolto il Dottore, un uomo dal passato misterioso come le acque del Tevere, un uomo buono, rispettato da tutti, che si porta dentro, come un eroe tragico (e, non a caso, si chiama Ippolito), un dramma profondo, una perdita incolmabile.

Tutto il romanzo è una lunga canzone per questo dolore.

I ritmi della scrittura impongono una lettura lenta, portano il lettore su ogni dettaglio, su ogni gesto. E’ un modo di scrivere che non siamo più abituati a vedere, ma che affascina profondamente, che modella luoghi e sentimenti. 

La scrittura di Nucci è stupenda, descrittiva ma mai banale, ricca di suggestioni precise, di sonorità (l’ho apprezzata tantissimo; sì, sono parecchio pignolo su questo): riporta la percezione – prima ancora che l’azione – al centro della lettura e ci regala un vero canto epico dei nostri giorni, un romanzo che ha la forza delle tragedie greche, capace di togliere gli orpelli ed il sovrabbondante dalla realtà e di svelare l’essenza delle emozioni comuni a tutti noi. Non poteva che essere Roma il luogo del romanzo, città eterna per mitologie e storie.

La lingua è un’altra delle bellezze di questo libro: dialetto romanesco, spagnolo, stralci di canzoni e di stornelli popolari, modi di dire, l’italiano confuso degli zingari e delle ragazze dell’est, citazioni letterarie, volgarità del parlato, fiabe. Una fusione di linguaggi molto espressiva, perfettamente riuscita, che non potrà non incuriosirvi.

La vita precedente del Dottore la scopriamo a poco a poco, nella seconda parte del romanzo, intitolata Fuga, un lungo flashback sul suo passato. L’amore, la famiglia, le paure e le inquietudini, l’impotenza degli uomini davanti all’ineluttabile della malattia e della morte: Ippolito, futuro Dottore, deve confrontarsi con tutto questo.

Che cosa è venuto a curare, lì ai margini di Roma e del mondo? Che peccato deve perdonarsi? Chi non è riuscito a salvare?

Precipita nella notte, fugge lontano. Affida il suo dolore silenzioso all’acqua del fiume, continua a vivere obbedendo alla notte e alla sua pace.

è giusto obbedire alla notte2

Così recita il titolo del romanzo, che è un verso omerico:

“Mettiamo fine ormai alla battaglia e alla lotta per oggi; poi combatteremo ancora, finché un dio ci divida e conceda agli uni o agli altri vittoria; ormai scende la notte; è giusto obbedire alla notte”.

L’Iliade ci insegna che la vita è una lotta da affrontare, un assedio. La battaglia infuria con il suo carico di delusioni, perdite, insoddisfazioni, necessità: eppure, abbiamo combattuto per tutto il giorno, non abbiamo mollato fino al tramonto. Domani penseremo alle battaglie che rimangono, domani il destino sceglierà nuovi vincitori.

Adesso, per ritrovare noi stessi, è necessario obbedire alla notte, che impone una tregua.


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One Comment Add yours

  1. Annamaria ha detto:

    Ciao Ignazio, complimenti per la recensione puntuale e precisa che mi ha fattoa entrare perfettamente nel mondo di “È giusto obbedire alla notte”, senza però svelarmi troppo. La fusione di linguaggi e le reminescenze classiche, sono i due elementi che più mi hanno colpita e che mi porterebbero a pensare che questo romanzo fa davvero per me. Mi fa poi piacere che la tua lettura sia stata piacevole e ti ringrazio davvero tanto per aver deciso di partecipare con tanto entusiasmo a questa maratona.
    Ci leggiamo presto 🙂

    Mi piace

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